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Legge delega sul turismo, il mio emendamento ed un…

Questo pomeriggio, in Aula, abbiamo approvato, in prima lettura, il disegno di legge inerente la Legge delega sul Turismo, all’interno del quale ha trovato posto un mio emendamento.

La “legge delega” è un atto con cui il parlamento cede al governo la funzione legislativa, stabilendo principi e criteri ai quali l’esecutivo deve attenersi per disciplinare una determinata materia. Successivamente il governo esercita la delega tramite l’approvazione di uno o più decreti legislativi, trasmessi al Presidente della Repubblica per l’emanazione.

Come legislatore ho voluto intervenire  in un settore afferente con la Commissione, la X, in cui lavoro vista l’interlocuzione che nel passato, ma soprattutto in questo anno di esperienza parlamentare, ho maturato con startup, professionisti e imprenditori del mondo turistico poiché ritengo che lo Stato debba rendere più agevole la nascita e la vita di nuove imprese, quelle innovative in particolare, prendendo atto delle nuove professioni.

Ecco perché nell’emendamento presentato ho inteso favorire uno snellimento delle procedure burocratiche legate alla fase di creazione dell’impresa innovativa, rispecchiando la natura snella di questa tipologia di aziende e incentivando così la capacità attrattiva delle stesse rispetto a investitori nazionali e stranieri.

Infatti, dall’ascolto dei soggetti che operano nel settore convocati formalmente in Commissione, risulta opportuno l’adeguamento, l’aggiornamento e la semplificazione del linguaggio normativo nell’ottica di supportare la nascita e lo sviluppo di startup innovative legate al mondo dei servizi digitali: sia quelli destinati agli utenti finali che quelli destinati ad altre imprese e operatori turistici.

Inoltre, proprio in questa direzione, ho presentato un Ordine del Giorno, anche questo approvato in Aula, che impegna il Governo ad adottare iniziative idonee di carattere normativo finalizzate al riconoscimento, la regolamentazione e la tutela delle nuove professioni emerse grazie allo sviluppo della digital economy e del turismo esperienziale, nonché delle nuove forme di ospitalità inerenti l’home sharing.

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Salone internazionale dell’Aeronautica e dell’Aerospazio di Parigi: io c’ero!

Sono stata a Parigi in rappresentanza della Commissione parlamentare di cui faccio parte, quella per le Attività produttive, per visitare il Salone internazionale dell’Aeronautica e dell’Aerospazio e, devo confessarvi, è stata un’esperienza entusiasmante!

Ho avuto modo di apprezzare le tante piccole e medie imprese italiane che lavorano in un settore in continua espansione pieno di creatività e innovazione. Ho conosciuto tanti talenti ed eccellenze del made in Italy, ed ho avuto il privilegio di ragionare sulle dinamiche dello sviluppo con Leonardo, la nostra azienda di Stato che esporta tecnologia in tutto il mondo per un settore economico che in Italia vuol dire 80% di export e dunque essere tra i leader globali. Ancora una volta ho riscoperto il genio italiano, la tenacia e la passione anche in un settore che non conoscevo ma che, fin da quando ho iniziato ad occuparmene per ragioni istituzionali, mi ha affascinato e stupito.

Di queste tre giornate porto via con me alcune parole chiave fondamentali che sono ricorse in tutti gli incontri avuti: fare innovazione e fare rete sono e devono essere il futuro dell’impresa italiana. In questo, ritengo che le istituzioni, quindi la politica, debbano agire poiché spetta ad esse il compito di supportare le aziende connettendole tra di loro affinché sia possibile crescere conquistando sempre più spazio nei mercati mondiali.

Ho parlato di space economy e dell’importanza di iniziare dalle giovani generazioni raccontando questo largo spettro di opportunità professionali e imprenditoriali che possono nascere grazie alle nuove tecnologie. Ho potuto constatare il ruolo importante che alcune istituzioni regionali svolgono nel far nascere e sostenere distretti industriali legati a questo settore e il pensiero non può che volgersi alla mia di regione, nella quale la politica, da decenni, non riesce a costruire una visione di sviluppo economico e imprenditoriale, non supportando adeguatamente le imprese che esistono e resistono in questa terra.

C’è tanto lavoro da fare, io sono pronta e ho tutta la grinta che serve, e voi, siete pronti per il futuro?

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Lo Sbloccacantieri, le fake news e l’odio social

Viaggiano da ieri sui social alcuni post ingiuriosi e superficiali, qualcuno li definirebbe fake news, sulla questione delle opere pubbliche sbloccate dal recente decreto legge detto “Sbloccacantieri”. Vorrei  chiarire alcuni punti e fare una riflessione su come oggi i social consentano a tanti che nulla hanno fatto per la Calabria, e molto per se stessi, di generare allarmismo e rabbia, e su come al contrario sia importante essere cittadini informati.

Lo “Sbloccacantieri” consentirà lo snellimento di una serie di procedure che ad oggi bloccano diverse opere pubbliche. Fin ad ora, in Italia, per completare un’opera pubblica servivano  anche 15 anni, a volte di più. Sono circa 600 quelle bloccate (per un valore di 50 miliardi di euro), di cui solo una sessantina di competenza del ministero delle Infrastrutture e le restanti 540 circa a carico di comuni, regioni ed altri enti. Questo significa che, laddove ci saranno i requisiti riconosciuti da questa legge, si potrà procedere accelerando la realizzazione di una miriade di opere congelate da anni, per non dire decenni.

Riguardo la Ss 106, consiglio a tutti di leggere la lettera aperta della collega Elisabetta Barbuto dove spiega nel dettaglio la cronistoria dei lavori di questa infrastruttura raccontando la verità: i lavori sono bloccati perché l’azienda che ha vinto l’appalto sta fallendo e non perché il governo, come qualcuno va dicendo per qualche manciata di like in più, si sia opposto. E’ di qualche ora addietro il comunicato del ministro Toninelli che sostiene come il commissariamento della Ss 106 sia stato pensato proprio per velocizzare i lavori.

Ma lo “Sbloccacantieri” non riguarda solo le grandi opere. In esso sono contenuti anche interventi per dare maggior tempo ai comuni sotto i 20 mila abitanti di impegnare i 400 milioni di euro messi in legge di bilancio 2019 riguardanti la messa in sicurezza di strade e scuole. Viene istituita dal 1° settembre 2019 “Italia Infrastrutture Spa”, al fine di aprire velocemente i cantieri delle opere pubbliche. Inoltre, entro un mese, un decreto del ministero  delle Infrastrutture dovrà fare la ricognizione delle risorse disponibili e avviare un nuovo programma di interventi infrastrutturali inerenti i piccoli comuni fino a 3.500 abitanti per la manutenzione di strade, illuminazione pubblica, strutture pubbliche comunali.

A tutto questo aggiungete pure che nel Decreto Crescita verranno stanziati 500 milioni di euro, destinati ai comuni fino a 250 mila abitanti, per l’efficientamento energetico, la messa in sicurezza di strade e scuole, la realizzazione di progetti di mobilità sostenibile.

Eppure tutto questo non basta per arginare la distorsione della realtà. E’ stato sufficiente un atto strumentale da chi sta sulla ribalta politica da molte più ere dei tempi di realizzazione di tante  infrastrutture e cattedrali nel deserto per alimentare l’odio sui social.

Quello che più mi desta amarezza è sapere che, per questi comportamenti che nulla hanno di responsabilità istituzionale,  alcuni colleghi vengono vessati e insultati, e per l’ennesima volta la disperazione dei calabresi viene cavalcata da quella sempiterna vecchia politica che sghignazza dietro le quinte pensando di potersi ripulire l’immagine sulle spalle di chi, fino ad oggi, ha lavorato in Calabria senza scendere a compromessi e ora prova fare quello che loro in tutti questi decenni hanno solo saputo promettere.

L’informazione corretta è fondamentale. Se vogliamo cambiare in meglio la Calabria e questo Paese dobbiamo iniziare ad informarci meglio, a chiedere spiegazioni senza prevaricare, ad usare un linguaggio pacato senza dare per scontato che il nostro interlocutore sia un farabutto. Qualora non dovessimo riuscirci, temo che avremo perso tutti in dignità e capacità di insegnare alle giovani generazioni un modo diverso di affrontare i problemi. Di fare politica.

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Al via la seconda edizione di Borghi in MoVimento

La seconda edizione di Borghi in MoVimento partirà il 13 aprile con la tappa di Castrovillari.
Borghi in MoVimento è un percorso di formazione, informazione e confronto sul tema del rilancio dei borghi nella nostra regione ideato dalla portavoce del M5S alla Camera dei deputati Anna Laura Orrico.

L’obiettivo è quello di rendere partecipi i calabresi e fornire loro gli strumenti per intraprendere strategie e azioni di recupero con l’ausilio di speaker ed esperti del settore.
L’edizione 2019 si dividerà in due parti. La prima, affronterà il tema dell’albergo diffuso, mentre la seconda riguarderà il percorso che porta alla rivitalizzazione dei borghi attraverso strumenti come la progettazione culturale, l’innovazione sociale fino ad arrivare ai cosiddetti smart village.
“Il nostro –dice Anna Laura Orrico-, è un percorso evolutivo. Si parte da una forma embrionale di progetti volti a ricreare comunità e rigenerazione urbana all’interno dei borghi come gli alberghi diffusi, per approdare all’avanguardia di quegli stessi progetti che divengono smart village.
I borghi -continua la deputata del M5S-, grazie alle nuove tecnologie, possono trasformarsi in spazi a cielo aperto dove fare impresa, sperimentare nuove forme di business magari legate alla valorizzazione delle attività artigianali o alla messa in atto di servizi per i cittadini in modo da migliorare la vivibilità delle comunità. Possono divenire laboratori dove saggiare la nascita di nuove forme di turismo, si pensi all’esperienza dei ‘nomadi digitali’, e ripopolare i piccoli centri grazie ai giovani che riscoprono le tradizioni declinandole attraverso il progresso digitale”.

La prima parte dell’iniziativa itinerante fra alcuni dei centri storici più suggestivi della Calabria, si svolgerà, come si diceva, il 13 aprile a Castrovillari (Cs), poi il 27 aprile a Scalea (Cs), il 5 maggio a Mirto Crosia (Cs) ed il 7 Settembre a Crotone.

La seconda fase si muoverà invece su Acri (Cs) il 21 settembre, Gioia Tauro (Rc) il 5 ottobre e Castrolibero (Cs) il 12 Ottobre.
La tappa di Castrovillari, dunque, ospitata nella sede del Protoconvento Francescano, dalle 16:30 alle 19:00, riguarderà “L’albergo diffuso: teoria e pratica per un turismo sostenibile”. Introduce e presenta il workshop Anna Laura Orrico. Stefania Emmanuele, project manager di “Borgo Slow”, si occuperà sia del laboratorio teorico (Quando nascono e perché; Cos’è un albergo diffuso. I requisiti; Un modello di ospitalità orizzontale; Casi di successo: Sexantio di Daniel Kihlgren; L’A.D. nella legislazione ragionale; A.D in Calabria) che di quello pratico.
Borghi in MoVimento si rivolge a cittadini, amministratori locali, imprenditori, associazioni culturali e turistiche. Il percorso formativo sarà totalmente gratuito ed ospiterà classi di 20 partecipanti per volta, selezionati soltanto in base all’aspetto motivazionale.

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Il linguaggio della politica, l’8 marzo ed il rispetto…

Un anno fa venivo proclamata deputato della Repubblica Italiana. Non ho prestato alcun giuramento ufficiale perché il nostro ordinamento non lo prevede, ma ho promesso a me stessa che avrei onorato questo ruolo e, se possibile, restituito ad esso quel valore positivo e autorevole che nel tempo è andato smarrendosi impostando il mio mandato su alcuni valori che considero imprescindibili: umiltà, trasparenza, lealtà, libertà.

Questa è una settimana importante anche perché il Reddito di Cittadinanza è diventato realtà, inizia una rivoluzione che dal mio punto di vista è doppiamente importante. Può essere il primo passo per riportare un po’ di equilibrio sociale nel Paese, e lo sarà ancora di più se, noi che oggi rappresentiamo la classe politica, saremo capaci di accompagnare questo provvedimento con un’altra rivoluzione: quella del linguaggio, della comunicazione, dell’approccio culturale ai problemi.

Proprio per questo, c’è qualcosa che mi ha dato molto da riflettere in questi primi dodici mesi, ed è il linguaggio che in politica, in particolare sui social, viene frequentemente utilizzato per commentare i punti di vista, i post, di chi ha un’idea differente. E’ un linguaggio troppo spesso arrabbiato e offensivo che non porta contenuti ma giunge subito a sentenze di condanna e crea tifoserie. C’è un noi contro loro ma non si capisce mai chi siano “noi” e chi “loro”. Tutti contro tutti e alla fine si rimane più soli e arrabbiati di prima. Si viene classificati a seconda delle fazioni, ma non si prova mai a ragionare sui temi e le loro sfumature, si sente solo l’esigenza di fustigare qualcuno.

La responsabilità della faziosità nel discutere i temi è in gran parte della classe politica che, invece di dare il buon esempio, spesso accentua lo scontro piuttosto che comprendere come il Paese necessiti di toni più equilibrati, di confronto costruttivo e non la demolizione, ad ogni costo,  degli avversari. Per questo non tollero che la politica si esprima in chiave conflittuale, soprattutto quando rappresenta le istituzioni. Un ministro, dal mio punto di vista, al pari di un parlamentare, non può e non dovrebbe mai offendere nessuno, e non dovrebbe certo fare da cassa di risonanza a espressioni come cartelli e post offensivi, qualunque sia l’idea che essi sponsorizzino, perché il rischio è di strumentalizzare, come di fatto accade, riducendo tutto a propaganda e aizzando il proprio elettorato contro chi rappresenta un’idea diversa. E mi domando se, chi commenta sotto quei post, abbia chiaro che nell’offendere un altro cittadino manca di rispetto anche a se stesso.

Come parlamentare avverto anche l’onere di arginare ogni tipo di deriva che inquini lo spirito di confronto del Paese, un compito diventato di giorno in giorno più gravoso perché le persone sono arrabbiate e pensano che individuare il nemico in un individuo diverso o più fragile risolva i loro problemi. Personalmente ritengo, al contrario, che dire “prima gli italiani” non risolverà il problema della povertà o della disoccupazione, dire “prima il Nord” non significherà migliorare l’economica italiana. Essere divisivi e dividerci in categorie non aiuterà la politica a responsabilizzarsi e a impegnarsi seriamente per risolvere le criticità.

Domani sarà solennizzata la Festa della donna e, come al solito, si spenderanno commenti e post sui social nel celebrare le donne che lavorano, che sono madri e mogli facendo grandi sacrifici, le donne che si sono battute per i nostri diritti civili e le nostre libertà fondamentali, quelle che subiscono violenza e vivono nella paura. Tutto giusto, per carità, sono anche io, orgogliosamente, una donna anche se talune manifestazioni ne sviliscono il significato. Certo, peggio di certa retorica sull’8 marzo, ha fatto la Lega di Crotone che, con quel “manifesto” shock su cosa voglia dire rispettare le donne, ha espresso quanto di più retrogrado poteva essere concepito su diversi ambiti e rabbrividisco nel pensare che ancora oggi ci siano persone che vogliono relegarle ad un ruolo marginale nella società, di sottomissione a “regole” che mancano di rispetto al diritto di autodeterminazione che ciascun individuo possiede.  Mi piacerebbe, però, proprio per questo, anzi, ancor di più per le ragioni poc’anzi esposte, che in questo Paese, a prescindere dal sesso, dalla razza e dalla religione si iniziasse a celebrare ogni giorno il rispetto per l’essere umano in quanto tale adottando tutti, i cittadini e chi li rappresenta, un linguaggio ed un avvicinamento differente alle problematiche ed alle questioni, che non identifichi l’altro come un nemico ma come una risorsa. Anche se non siamo per niente in accordo.

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Borghi in MoVimento, “anteprima” della seconda edizione a Squillace

SQUILLACE • 16 MARZO • 17:00 -19:30

Casa delle Culture (Sala Conferenze) – Piazza Risorgimento

Squillace Antica


Iscriviti e partecipa al workshop: http://bit.ly/2AnyYOI

Il primo ciclo di Borghi in MoVimento è terminato. E un nuovo ciclo, già in cantiere, si affaccia all’orizzonte in vista della primavera. Nel mentre, però, abbiamo deciso di dare luogo ad un’anteprima. Un assaggio, ad iniziare dai temi, di quella che dovrebbe, e potrebbe, essere la seconda edizione.

Per questo ci incontreremo sabato 16 marzo, dalle 17:00 alle 19:30, nella location della Casa delle Culture di Squillace (Cz) in piazza Risorgimento dove parleremo del fenomeno de “L’albergo diffuso: teoria e pratica per un turismo sostenibile”.

Perché? Abbiamo notato che nel percorso fin qui avviato, fra i diversi temi affrontati, alcuni ricorrevano più frequentemente. Fra questi quello degli “alberghi diffusi”, da qui l’idea di approfondirlo.

Introdurrà i lavori  Paolo Parentela, Anna Laura Orrico presenterà il progetto “Borghi in MoVimento” mentre il laboratorio sarà affidato alla Project Manager di Borgo Slow Stefania Emmanuele.

Comunità diventa, così, la parola e il concetto chiave intorno al quale si possono delineare una serie di azioni per ripensare le nostre contrade in un modo diverso rispetto a quanto fatto fino ad oggi.

Il paesino, in molte delle storie scoperte e raccontate nel primo ciclo di Borghi in MoVimento, si trasforma da sconfitta delle istituzioni centrali provocata dall’incapacità di rispondere alle dinamiche economiche, in un villaggio glocale che racconta sapori, tradizioni, patrimoni e nuove idee di lavoro attraverso il potere del web.

“I nostri borghi – dice Anna Laura Orrico- possono diventare luoghi preziosi di interscambio tra le comunità locali e i viaggiatori alla ricerca di esperienze uniche e relazioni. Si sperimentano nuove forme di ospitalità e nuovi stili di vita. Perché un turismo sostenibile è possibile.  In tutto questo, da una parte ci sono delle comunità che devono essere riattivate fornendo loro strumenti per mettere in piedi iniziative di risveglio culturale ma anche economico e, dall’altro, c’è una politica che, partendo dal livello locale fino ad arrivare a quello nazionale, deve sostenere queste dinamiche di rinascita, metterle a sistema affinché dialoghino tra di loro e si possano contaminare.

E’ fondamentale –continua la deputata del M5S- costruire rapporti non solo tra le persone che abitano i borghi ma anche tra i borghi stessi, in una sorta di continuo networking che permette di scambiarsi idee, risorse e competenze.

La politica ha il dovere di ascoltare i territori, sviluppare progetti di medio-lungo periodo per costruire la società di domani e non può farlo prescindendo dal considerare che il tessuto culturale e identitario del nostro Paese è fatto, proprio, di borghi.

Non bastano singoli bandi e finanziamenti a pioggia, ci vuole un confronto costante con chi opera al loro interno perché solo così si potranno costruire politiche e non modelli, progetti e non interventi spot”.

 

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Turismo: il 2 Febbraio il #CALABRIATOUR fa tappa a…

Il #CalabriaTour del M5S, percorso volto ad avviare un programma condiviso in vista delle prossime elezioni regionali, farà tappa a Catanzaro per un tavolo tematico sul turismo.

L’appuntamento da fissare in agenda è per il 2 febbraio, nella location dell’hotel Palace, a Catanzaro Lido, dalle 15:00 alle 19:00.

Insieme agli attivisti locali del M5S sono state individuate tre macro aree tematiche per sviluppare  il ragionamento:  messa a sistema dei “turismi” calabresi; formazione continua degli operatori turistici; creazione di una rete costituita da operatori turistici e stakeholder che potrebbero partecipare al processo di crescita turistica della regione.

Il workshop si articolerà in diverse fasi. L’introduzione ai lavori verrà affidata alla portavoce del M5S alla Camera dei deputati Anna Laura Orrico. Seguirà un “round table” con gli interventi dei gruppi di attivisti che relazioneranno sulle macro aree già determinate e quelli degli esperti del settore che per l’occasione saranno Francesco Biacca sviluppatore e project manager di Evermind e Massimiliano Capalbo marketing and sales manager di Orme nel Parco.

Lo step finale riguarderà il laboratorio cui attivisti e cittadini daranno vita raccogliendo gli input del dibattito e lavorando alla stesura di alcuni principi di sviluppo del programma sui temi affrontati.

Per chi volesse partecipare, è sufficiente iscriversi nell’apposito “google form” (clicca qui per iscriverti).

“Quando si parla di turismo in Calabria –dice Anna Laura Orrico- ripetiamo spesso che dovrebbe essere la vera industria della regione e che tutto lo sviluppo, mancato, potrebbe articolarsi lungo questa unica direttrice. Eppure, spesso e volentieri, non ci si avvia verso l’obiettivo.

Turismo vuol dire tante cose, soprattutto vuol dire valorizzare le risorse di un territorio che possiede patrimonio ambientale e paesaggistico, beni culturali e archeologici, storia e arte, produzioni agroalimentari ed enogastronomiche capaci di raccontare millenni di tradizioni, folklore e ricchezza.

Tuttavia -continua la portavoce del M5S- sviluppare il turismo significa lavorare anche sulle infrastrutture, sulla viabilità di una regione fortemente provata dai collegamenti difficili sia interni che verso il resto del Paese e del mondo; significa lavorare meglio per tutelare le risorse naturali che abbiamo, significa investire sulla formazione degli operatori turistici, sulla cultura dell’ospitalità e sulla creazione di una rete tra imprese affinché i servizi offerti a chi decide di viaggiare nella nostra regione siano sempre di più e di qualità”.

 

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Cittadinanza digitale e piattaforma Rousseau: a che punto siamo…

In una società complessa come la nostra è importante analizzare i singoli aspetti per decidere la  direzione che vogliamo che essa intraprenda. Vale innanzitutto per i nostri diritti, i nuovi diritti.

In questo ambito un argomento certamente attuale è quello relativo alla “cittadinanza digitale”.

Volendo dare una definizione generica è quell’insieme di diritti e di doveri che, grazie al supporto di una serie di strumenti e servizi, mira a semplificare il rapporto tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione tramite le tecnologie digitali.

Tuttavia, in realtà, il discorso risulta essere più articolato tant’è che anche in Italia si è cercato di legiferare in tal senso nel tentativo di dirimere diverse problematiche.

Per tentare di risolverne alcune si è redatto nell’ormai lontano 2005 il Codice dell’amministrazione digitale, novellato poi da ulteriori versioni e integrato da una legge delega conosciuta come la Carta della cittadinanza digitale.

Esso conteneva un insieme di disposizioni indirizzate da un lato, a stabilire il diritto di cittadini e imprese a relazionarsi con la PA attraverso le tecnologie digitali e, dall’altro il dovere delle amministrazioni pubbliche di dotarsi degli strumenti adeguati per consentire ai cittadini di esercitare questo loro diritto.

Giunto alla sua sesta versione il Codice dell’amministrazione digitale raccoglie ormai non solo diritti e doveri che già contraddistinguono il rapporto tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, ma individua e getta le basi giuridiche per nuovi strumenti e servizi volti a rafforzare quelli esistenti.

Ancora oggi, però, l’accesso dei cittadini ai servizi pubblici on-line è condizionato da diversi fattori: di tipo culturale, sociale, geografico e soprattutto dal fattore generazionale dei cittadini stessi. Il traguardo sarebbe il superamento del “digital divide”, cioè la capacità di offrire a tutti la possibilità concreta di accedere e di usare le tecnologie e di poter esercitare quindi appieno i diritti di cittadinanza digitale.

Per sostenere nuove dinamiche di tale portata è però necessaria anche una volontà politica.

Il MoVimento 5 stelle è la prima forza politica del Paese che ha creduto fermamente nella cittadinanza digitale proponendo uno strumento di democrazia diretta qual è la, ormai, celebre piattaforma Rousseau. Fra gli obiettivi prefissati c’è non solo la gestione del M5S nelle sue varie componenti elettive – il parlamento italiano e quello europeo, i consigli regionali e comunali- ma la partecipazione degli iscritti alla vita del MoVimento attraverso, ad esempio, la scrittura di leggi e il voto per la scelta delle liste elettorali o per dirimere posizioni all’interno della nostra stessa forza politica.

Ci sono tanti diritti che sono scritti nero su bianco e che però magari abbiamo perso di vista, e altri invece che non sono stati ancora codificati ma che ci riguardano più di quanto possiamo immaginare. Grazie alle nuove tecnologie, sono emersi ed emergono ogni giorno: prima ancora di metterli su carta, è importante comprenderli e ambire ad essi.

La rete è un germogliare continuo di dibattiti, di iniziative che diventano a volte manifestazioni reali ed è un luogo dove si tocca con mano l’energia della partecipazione, dove la cittadinanza digitale si coniuga in maniera indissolubile con la cittadinanza attiva.

Rousseau offre la possibilità di sviluppare, migliorare e costruire insieme quello che potrà essere il nostro Paese dando vita a nuove forme di partecipazione sociale e politica.

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Impresa, Innovazione, Formazione: il 15 Dicembre il #CALABRIATOUR fa…

Continua il #CalabriaTour del Movimento 5 stelle per avviare un ragionamento condiviso sull’idea progettuale da proporre ai calabresi in vista delle prossime elezioni regionali ed individuare i punti cardine che consentano di istradare concrete politiche di sviluppo.

Il 15 dicembre l’evento farà tappa a Cosenza, dalle 15:00 alle 19:00, nella location dell’Italiana Hotels di via Panebianco.

Ci si confronterà su “Impresa, Innovazione, Formazione”. Cercando di invertire la rotta a cominciare dalla formula: non più eventi con un canale univoco di informazioni ma un vero e proprio working group con tavoli di lavoro – i cui partecipanti potranno iscriversi compilando un semplice “google form”- dove la regola verrà rappresentata dall’interazione fra i presenti.

L’appuntamento, che è dunque aperto a tutti i cittadini intenzionati a fornire un contributo in termini di esperienza e proposte, si svilupperà grazie al lavoro svolto dai gruppi di studio organizzatisi attraverso gli attivisti calabresi del M5S.

Come ospiti, avremo, inoltre, professionisti indipendenti del settore che ci offriranno il loro punto di vista sulla base del pregresso bagaglio lavorativo maturato per aiutarci a comprendere meglio dove e perché intervenire.

Impresa, Innovazione e Formazione sono tre tematiche fortemente interconnesse fra loro con altrettante sottotracce da approfondire e contestualizzare modellandole intorno ai bisogni della Calabria.

Per quanto riguarda il macrotema dell’impresa, dove gli speaker saranno Leo Donato della GloBusiness LTD e il Presidente del Parco Industriale di Rende Ferdinando Morelli,  parleremo di internazionalizzazione per capire in che modo le politiche regionali possano aiutare le piccole e piccolissime imprese ad approcciarsi ai mercati stranieri; ma parleremo anche di quelle aree industriali, mai decollate in Calabria, che, alla luce della nuova riforma, dovranno rivestire un ruolo differente rispetto al passato divenendo “hub” di servizi e connessioni fra imprese della stessa filiera e creare così dei distretti.

Per ciò che concerne, invece, l’innovazione studieremo le modalità di supporto suggerite per la crescita di nuove imprese e start up innovative e di come queste, poi, possano essere raccordate alle piccole e medie imprese: di come, cioè, la politica possa favorire la crescita dell’ecosistema dell’innovazione che si è creato nella nostra regione, perché sì ce n’è uno! In questo ambito ci aiuterà Daniele Carnovale di Localiving.

Infine, trattando di formazione, discuteremo, col contributo di Antonio Andreoli di Lavoro&Formazione, di come gli investimenti regionali, nella stessa formazione, possano essere meglio orientati dalle richieste provenienti direttamente dal mondo delle imprese e dalle tante nuove forme di lavoro che stanno nascendo alimentate dalle nuove tecnologie.

Se vuoi partecipare, registrati qui: http://bit.ly/2E1m4G8

Innovatori

“Smart working” fenomeno in crescita. Ma in Italia le…

In un futuro non troppo lontano oltre la metà della forza lavoro europea –circa il 65%- non dovrà più recarsi in ufficio. Saranno qualcosa come 123 milioni gli individui che, secondo gli esperti della società di ricerca Idc, nel 2022, potranno essere definiti “mobile worker”. Ovvero, gli esecutori dello smart working, il “lavoro agile” che non significa soltanto, ci tengono sempre a precisare gli osservatori delle nuove dinamiche occupazionali, lavorare “da remoto” bensì scegliere una modalità di svolgimento delle proprie mansioni organizzandosi per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, adiuvati, quello si, da  strumenti tecnologici.

Le stime dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano dicono che in Italia, gli smartworker, ora sono 480 mila, corrispondenti al 12,5% del totale degli occupati e sono rappresentati nel 76% dei casi da uomini. Anche il settore della pubblica amministrazione inizia a registrare i primi progetti, l’8% ha infatti avviato strutture che permettono lo smart working, ed un altro 8% prevede di farlo il prossimo anno.

Dati destinati ad aumentare esponenzialmente se è vero che, secondo invece quanto sostenuto dalla Idc, saranno, fra quattro anni, addirittura 10 milioni sparsi per lo Stivale.

Eppure, gli italiani (sia i lavoratori che gli imprenditori) sembrano ancora troppo legati al luogo ufficio e alla rigidità degli orari. Basti pensare che, secondo quanto riporta l’Osservatorio, il modello di smart working più diffuso tra le grandi imprese prevede la sola possibilità di lavorare da remoto. Lo smart working invece prevede una diversa concezione del modo di lavorare, in cui il parametro di valutazione non è più sul tempo, ma sui risultati.

E’ più diffuso nelle grandi imprese, tra queste una su due – il 56% – sostiene di adottare soluzioni che promuovono la flessibilità di luogo e di orario dei lavoratori, dato in aumento rispetto allo scorso anno in cui solo il 36% delle aziende permette il lavoro agile.
Per quanto riguarda le piccole e medie imprese la situazione è molto simile a quella rilevata nel 2017, con l’8% del campione che ha in tal senso progetti strutturati, mentre il 16% li ha informali. Rimane però alta la percentuale, il 38% di quelle che si dicono del tutto disinteressate all’introduzione del modello.

Tuttavia, per far si che sia possibile il vero e proprio boom dello smart working, almeno per come prevedono le stime della Idc, per ciò che riguarda il nostro paese, è necessario un cambio culturale ed è proprio per la mentalità, sia di lavoratori che delle imprese, che il lavoro agile è ancora poco diffuso.

Secondo Carlo De Angelis, architetto specializzato in progettazione di uffici per smart work e founder di Dec, intervistato dal Sole 24 Ore: “in Europa siamo indietro, peggio di noi solo Grecia e Cipro. Nel Nord Europa c’è una maggiore diffusione dello smart working perché esiste una predisposizione culturale che considera il lavoro da casa impegnativo e serio quanto lo sia svolgerlo in ufficio. Se in Italia non scardiniamo questa concezione di “sorveglianza” del lavoratore sarà impossibile fare il salto di qualità”.

Insomma, nel Bel Paese, questa tipologia di lavoro non è proprio così diffusa e per vederlo crescere, tuona De Angelis, occorre partire dalla “formazione manageriale, perché sono i dirigenti a determinare l’approccio lavorativo all’interno dell’azienda. La spinta al cambiamento deve comunque partire dai vertici aziendali, che sono spesso i primi a non conoscere le potenzialità del lavoro agile”.

A confermare che le reticenze in Italia siano soprattutto di natura culturale, uno studio della Randstad Workmonitor, sostiene che, seppur otto italiani su 10 apprezzano lo smart working, il 62% dei dipendenti – contro una media globale del 56% – afferma che il proprio contesto lavorativo offre tutti gli strumenti necessari per poter lavorare al di fuori dell’ufficio e il 65% dichiara di avere la libertà di poter organizzare le priorità del proprio lavoro, ma solo il 41% dei lavoratori utilizza con regolarità strumenti per organizzare riunioni online.

A frenare la diffusione dello smart working sono quindi da una parte le imprese che troppo spesso vogliono “controllare” i propri lavoratori, dall’altra i lavoratori stessi poiché uno su due pensa che il lavoro agile possa avere ripercussioni negative sulla sua vita privata e soprattutto che rappresenti il passaggio precedente al licenziamento.

E’ un tema, dunque, che merita una presa di coscienza maggiore, ad iniziare dalle parti sociali, altrimenti qualunque sforzo per colmare i grandi gap economici e occupazionali non porterà a nulla. Poiché il punto non sono solo le politiche economiche ma anche il rapporto che vogliamo avere con la cultura del lavoro e la formazione.

Nella mia esperienza ho potuto sperimentare come anche in Calabria si possano creare opportunità semplicemente aggregando le persone in spazi condivisi che ispirano il confronto di idee ed esperienze. Nel futuro di cui parlavo all’inizio, che in realtà è già oggi, sarà fondamentale possedere la capacità di lavorare da remoto, in team multiculturali e sparsi tra diversi emisferi, senza addirittura essersi mai incontrati, piuttosto che gestire a distanza processi produttivi sapendo governare la tecnologia e valorizzando al meglio la qualità dei propri collaboratori. Sarà un mondo in cui, probabilmente, nessuno farà per tutta la vita lo stesso lavoro. Per costruirlo, non è solo necessario investire in formazione sulle competenze trasversali e sull’imprenditività, ma bisogna proiettarsi verso un nuovo approccio che è quello che vede ogni lavoratore impegnato in un continuo processo formativo e ogni azienda impegnata a valorizzare quel processo.

Alla politica spetta il compito di riportare in equilibrio questo Paese ridimensionando il più possibile le conflittualità e spingendo, al contempo, l’innovazione in tutti gli scenari della nostra società.

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Economia circolare, una scelta (che conviene) da sostenere

La Ellen MacArthur Foundation, una delle più autorevoli fondazioni statunitensi, quando parla di economia circolare intende “un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera”.

Da quanto si evince dunque “l’economia circolare” è un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, riducendo al massimo gli sprechi.

Il modello economico lineare, cui siamo stati abituati, si basa invece sull’accessibilità di grandi quantità di risorse ed energia ed è sempre meno adatto alla realtà che viviamo. Le iniziative a sostegno dell’efficienza – che lavorano per la riduzione delle risorse e dell’energia fossile consumata per unità di produzione  – da sole possono ritardare la crisi del modello economico, ma non sono sufficienti a risolvere i problemi dati dalla natura finita degli stock.

Si tratta di un ripensamento complessivo e radicale rispetto al modello produttivo “classico” basato sul massiccio sfruttamento delle risorse naturali e orientato all’unico obiettivo della massimizzazione dei profitti tramite la riduzione dei costi di produzione.

Ci sono però delle buone notizie per l’Italia. Il quinto rapporto Agi-Censis “Perché all’Italia conviene l’economia circolare”, realizzato nell’ambito del programma Diario dell’Innovazione della Fondazione Cotec, che indaga la reazione degli italiani di fronte ai processi innovativi, ci conferma che il futuro del nostro Paese dovrà essere necessariamente green.

L’Italia ha tutte le carte in regola per guidare l’Europa verso una corretta gestione dei rifiuti. Dall’analisi risulta che abbiamo il più basso consumo domestico di materiali grezzi (8,5 tonnellate pro-capite contro 13,5 media UE). Siamo tra i più bravi ad estrarre valore dalle risorse utilizzate (3,34 euro di PIL per ogni kg di risorse, contro un valore medio europeo di 2,2 €/kg). Siamo al 1° posto per “circolazione” di materiali recuperati all’interno dei processi produttivi (18,5% di riutilizzo contro il 10,7% della Germania).

Tra le altre ragioni che fanno del nostro Paese un punto di riferimento per l’Europa in tema di economia circolare ci sono i numeri sulla totalità dei rifiuti prodotti (129 milioni di tonnellate): solo il 21% viene avviato a smaltimento (contro il 49% della media europea). Sulla totalità dei rifiuti trattati, l’Italia ne avvia al riciclo il 76,9% (36,2% la media UE). In tema di rifiuti urbani nel 1999 il 68% veniva mandato direttamente a smaltimento. Oggi questa percentuale è scesa all’8% circa. La sola industria del riciclo si stima produca 12,6 miliardi di euro di valore aggiunto (circa l’1% dell’intero PIL italiano).  E poi ci sono gli iscritti al car sharing, raddoppiati in due anni: da 630 mila nel 2015 a 1 milione e 310 mila nel 2017.

L’attuale Governo intende sostenere questo processo attraverso investimenti mirati, anche in tecnologie avanzate e sostenibili. Il 27 settembre abbiamo presentato alla Camera una proposta di legge che mira a regolamentare e rilanciare il settore italiano del riutilizzo e che attualmente è all’esame delle Commissioni riunite Ambiente e, quella di cui faccio parte, Attività Produttive, Commercio e Turismo. Nella nostra proposta, poi, sono previste diverse misure per disciplinare e promuovere il settore, come l’istituzione di un Tavolo di lavoro permanente sul riutilizzo e la definizione della figura dell’operatore dell’usato. Un modello di sviluppo, insomma, che segue le best practice a livello mondiale, per intraprendere la direzione di una corretta e virtuosa applicazione dell’economia circolare.

Questo, tuttavia, è un tema ancora poco discusso nel nostro Paese. A tal proposito, stiamo lavorando anche nell’ottica di un maggiore sostegno e promozione dell’economia circolare, incentivando la conoscenza dei temi ambientali tra i cittadini e portando la questione ecologica al centro del dibattito politico.

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Innovatori

Strategie del Governo per la “quarta rivoluzione industriale”

Non sui macchinari, ma sulle persone

Politiche di questo tipo sino a quindici anni fa potevano agevolare l’industria italiana nel tornare ad essere competitiva sulla scena dell’Occidente, ma oggi le cose sono cambiate. Non è il “macchinario pesante” il protagonista di questa rivoluzione, sono le persone.

Molto bene quindi la policy per le startup e le PMI innovative, gli incentivi per ricerca e sviluppo, l’accesso al credito tramite Fondo di Garanzia e bene ovviamente anche gli ammortamenti. Però, per dare la svolta, occorre investire nelle idee, nella formazione, nella creazione di reti tra stakeholder.

A rigor di logica si partirebbe dalla nuova classe dirigente, dai ragazzi di oggi che sin dalle scuole superiori hanno bisogno di venire a contatto diretto con il sistema produttivo, sia attraverso efficaci esperienze di internship che grazie a un’offerta formativa più attuale, che parli di mindset per la nuova imprenditorialità, soft skills e del panorama delle frontiere tecnologiche strategiche (IoT, blockchain, fintech, cloud computing, intelligenza artificiale, biotecnologie, manifattura digitale, realtà virtuale ed aumentata). Per le imprese 4.0, dicono i dati del MISE, è più facile sia superare criticità legate alle competenze del proprio personale che investire in assunzioni e formazione.

 

Formazione per tutti

Quest’ultima, però, non riguarda solo i nuovi ingressi nel mercato del lavoro. Si riferisce anzi in maniera più accentuata a chi già oggi si trova con un impiego: dai blue-collar ai white-collar, l’innovazione pervade ogni ambito produttivo: produzione, logistica, management, marketing. Nessuno deve rimanere indietro.

Un tassello fondamentale per avviare e condurre un processo innovativo è aprirsi, abbattendo i muri fisici e virtuali e fare rete. E’ così che finalmente vedremo i frutti di una ricerca pubblica (da potenziare) ed esempi diffusi e di successo di trasferimento tecnologico oppure che si moltiplicheranno le esperienze di open innovation tra startup e – perché no? – medie imprese. Il lancio, tardivo, dei “competence center” previsti dal Piano per mettere a sistema l’università e l’innovazione in azienda si spera vada presto in questa direzione.

 

Lo Stato innovatore e il capitale di rischio

Alla base di tutto questo, a servizio del protagonista della Quarta Rivoluzione Industriale, ci deve essere uno Stato Innovatore: efficiente, digitalizzato, sburocratizzato, aperto. Sembra banale ricordarlo ma l’Italia è tra i Paesi meno interoperabili, dotato di un parco servizi della pubblica amministrazione totalmente frammentato e fuori standard. Molto c’è da fare e tutto questo servirà anzitutto ad efficientare i processi interni per poi generare benefici diretti per gli utilizzatori.

Per ultimo, ma non per importanza, occorre parlare di capitali. L’innovazione tecnologica richiede un flusso di denaro notevole per poter dare i suoi frutti. Non parliamo di prestiti o incentivi, parliamo di un mercato decine di volte inferiore rispetto a simili paesi Europei: il capitale di rischio. Già perché con i nostri 130 milioni di euro annui non possiamo finanziare un bel niente! Non riusciremo mai, con questi numeri, a creare innovazione diffusa. Il venture business investe in maniera quasi statistica seguendo una ratio ormai nota e confermata: statisticamente un certo (grande) numero di startup fallisce ma al contempo un (piccolo) numero di startup sopravvive, ha successo o, addirittura, diviene “unicorno”. Questi paradigmi ed esperienze, in Italia, sono totalmente assenti.

 

La quarta rivoluzione industriale italiana

Su questo punto in particolare il Parlamento opererà già da settembre attraverso un’indagine conoscitiva in attività produttive. Sarà aperto un canale diretto tra istituzioni e stakeholder per capire le problematiche del venture business e individuare possibili soluzioni. Il Ministro Di Maio ha già dichiarato in sede di commissione parlamentare, esponendo le linee programmatiche del suo ministero, che intenderà istituire una piattaforma pubblica per gli investimenti coinvolgendo gli operatori privati, a partire da fondi pensione, casse di previdenza e assicurazioni.

Il ruolo del Governo è dunque chiarissimo: dare il via alla Quarta Rivoluzione Industriale Italiana. Lo faremo a stretto contatto con gli stakeholder, investendo nelle scuole e nella formazione, potenziando la ricerca pubblica favorendo il trasferimento tecnologico, innovando la pubblica amministrazione nell’ottica di un sistema interoperabile e sbloccando una volta per tutte quello che è un mercato oggi latente, quello dei capitali di rischio.

 

Luca Carabetta

Vice Presidente Commissione Attività Produttive, M5S

Federico D’Incà

Questore della Camera, M5S

Innovatori

La svolta digitale dell’agricoltura

Non è proprio una trasformazione digitale dell’agroalimentare ma qualcosa, anzi, più di qualcosa, si muove. Quella dell’agricoltura è una storia sviluppatasi su un percorso di continua innovazione tecnologica. E la tecnologia occorre a produrre meglio in meno tempo, con meno fatica, costi e rischi. Una volta l’innovazione nei campi era rappresentata dai trattori mentre oggi abbiamo i droni, per il monitoraggio e gli interventi di precisione sulle coltivazioni, ma anche i sensori per il controllo della salute delle colture, e le app, a disposizione di agricoltori e agronomi, per studiare al meglio trend e programmi produttivi.

Stiamo parlando dell’agricoltura 4.0, che oggi in Italia è –udite udite- una realtà mica da sottovalutare se si valutano i dati raccolti dall’Osservatorio Smart AgriFood della School of Management del Politecnico di Milano e del Laboratorio Rise dell’Università degli Studi di Brescia, che qui riportiamo.

Basti dire che nel nostro paese ha un mercato di 100 milioni di euro, il 2,5 per cento di quello globale che vale 3,5 miliardi di euro. E si avvale di 300 nuove soluzioni tecnologiche, dai sensori ai droni in campo, al packaging intelligente o attivo, utilizzate lungo la filiera (produzione, trasformazione, distribuzione e consumo). Con ben 481 start up internazionali nate negli ultimi sette anni, di cui ben 60 italiane, il 12 per cento.

Le nuove tecnologie interconesse, nell’agroalimentare, possono garantire competitività a uno dei settori chiave per l’economia italiana, che contribuisce per oltre l’11 per cento del Pil e per il 9 per cento sull’export nazionale.

Da un lato può ridurre infatti i costi di realizzazione di prodotti di alta qualità, dall’altro far crescere i ricavi grazie a una maggiore riconoscibilità o garanzia, per esempio con sistemi di anticontraffazione o di riduzione dei prodotti non conformi esportati. Ma l’innovazione digitale consente anche di intervenire a supporto dell’intera filiera, garantendo sostenibilità a tutti gli attori del settore, inclusa la produzione in campo.

Il digitale, pertanto, può far fare il salto verso una maggiore competitività, garantendo più qualità dei prodotti, riduzione dei costi e più efficienza nella filiera. Eppure ci sono ancora non poche criticità da affrontare. Basti dire che meno dell’1 per cento della superficie italiana coltivata è gestita con queste soluzioni.

Perché le tecnologie digitali facciano valere pienamente il proprio potenziale occorre però che si realizzino alcune condizioni. Innanzitutto, è necessaria l’estensione della banda larga ed extra-larga anche alle zone rurali per garantire l’interconnessione della filiera. Poi, servono sensibilità, competenza e propensione all’investimento da parte delle imprese, un fatto non scontato, considerando le esigue dimensioni medie delle aziende italiane.

Non bisogna, tuttavia, fermarsi solo alla fibra veloce. Un’agricoltura “smart” passa indubbiamente da una connessione, intesa invece come collaborazione con le reti del territorio e con le esigenze dell’ambiente, con un approccio circolare e sostenibile. Perché in Europa si sta passando dal dogma produttivista che ha prevalso fino agli anni ‘60, quando l’agricoltura industriale decollò, e che oggi non è più sostenibile, ad un modello nuovo che guarda al biologico ed al cibo locale.

Ovviamente tutti i dati raccolti dalle nuove tecnologie vanno saputi leggere ed interpretare, e qui riemerge l’esigenza di investire in formazione e competenze. Uno sforzo che varrebbe la pena affrontare se ci si sofferma ad analizzare il contestuale ritorno che molti italiani, e calabresi, stanno conducendo verso l’agricoltura, sia per ragioni di sbocco occupazionale che di living style.

Innovatori

L’idea condivisa di rigenerazione urbana, l’esempio olandese

Qualche tempo addietro ho avuto modo di seguire l’interessante appuntamento riguardante il report sul “Festival dello sviluppo sostenibile” promosso da Asvis, rete di istituzioni fra le cui mission c’è la realizzazione dell’Agenda 2030 Onu sullo sviluppo sostenibile, tenutosi alla Camera dei deputati. Tante le tematiche trattate e fortissimo il coinvolgimento sul territorio nazionale con 700 eventi organizzati lungo lo Stivale. Ancora una volta, però, l’Italia risulta indietro su tutta la linea. E, purtroppo, non faccio fatica a crederlo perché mi è sufficiente confrontare la realtà che vivo in Calabria, nella mia città e nel mio quartiere, con realtà di alcuni Paesi europei che invece ho avuto modo di conoscere per motivi di lavoro.

Un esempio su tutti è quanto ho visto in Olanda, nella città di s’Hertoghenbosh, dove sono stata per conoscere alcuni progetti di rigenerazione urbana. Riguarda la vicenda di una fabbrica di mangimi per animali nata a ridosso di una delle periferie della città (che poi, anche qui, la stessa “periferia” assume tutto un altro significato!) e che l’amministrazione comunale locale ha deciso di acquistare in seguito alle segnalazioni dei residenti della zona circostante, infastiditi dalle esalazioni non proprio salubri che l’impianto emetteva.

Il Comune di s’Hertoghenbosh ha dunque acquistato la fabbrica e deciso di metterla a disposizione dei cittadini affinché quello spazio industriale dismesso, attraverso la creatività che nasce dall’intelligenza collettiva, venisse ridisegnato secondo le esigenze e le visioni della comunità. Lo spazio viene così assegnato a due donne imprenditrici, una nel settore del design e l’altra della cultura, che propongono un progetto decennale nel quale la comunità viene coinvolta costantemente per ripensare e progettare ogni angolo della struttura industriale. Trascorsi  due anni, alcuni spazi sono diventati un laboratorio di design per l’inclusione nel lavoro di persone svantaggiate, è nato un festival di Street art per trasformare in arte i silos della fabbrica e un ristorante bio che valorizza i prodotti locali. Tanti progetti ancora sono in via di sviluppo.

Facile individuare nell’esperienza citata le dissonanze rispetto a quello che accade in Calabria (soprattutto) e in Italia. Tuttavia, quello che mi interessa maggiormente è sottolineare il processo che ha portato al cambiamento di approccio: una comunità che segnala un problema all’istituzione, un Comune che ascolta e non si trincera dietro una propria idea di sviluppo ma decide di avviare un percorso di condivisione di quella idea di sviluppo. Un’impresa che inquina diventa una nuova forma di impresa sociale più sostenibile, una comunità diventa protagonista e partecipa alla costruzione del proprio futuro.

In questa storia risiede il senso dello sviluppo sostenibile verso il quale il nostro Paese dovrebbe correre.

Il tema degli spazi abbandonati, delle aree industriali dismesse e dei beni comuni in generale è per me un tema caro: ho costruito su queste tematiche il mio lavoro da project manager per lo sviluppo locale e da imprenditrice nell’innovazione digitale. Su questo tema in particolare vorrei incentrare il mio impegno per la Calabria e per il Paese. Ad oggi, in Calabria, non sono ancora riuscita ad ottenere una ricognizione degli spazi abbandonati e delle aree/fabbriche dismesse e per questo vorrei lanciare la proposta a tutti i calabresi di segnalarmi questi spazi proponendomi le loro idee per ripensarli e trasformarli in nuove e migliori occasioni di sviluppo sostenibile. Mi rendo conto che tanti di questi luoghi hanno grossi problemi ambientali insoluti di cui dobbiamo, insieme, farcene carico portandoli all’attenzione dei tavoli sui quali si possono attivare le soluzioni. E’ altrettanto importante, però, essere pronti anche a lanciare proposte concrete di riuso di questi spazi che da luoghi altamente inquinati e deturpati possano trasformarsi in una grande risorsa economica e di rilancio sociale e culturale dell’intero Paese.

Vuoi segnalare un’area dismessa o uno spazio abbandonato? Compila il form! http://bit.ly/2LOKwvx

News

Il cambiamento che vogliamo, che vorrei

Il cambiamento che vogliamo e chiediamo deve iniziare da noi stessi. Me lo ripetevo sempre prima di questa avventura politica, ne sono ancora più convinta adesso che sono divenuta portavoce del Movimento 5 stelle alla Camera dei deputati.

Dico questo perché ricevo, continuamente, in via privata, richieste fra le più svariate.
Frutto della crisi, certo, del disorientamento e della perdita di speranza delle persone comuni come me, di sfiducia nelle istituzioni, ma frutto anche -forse soprattutto- del rapporto poco salubre che in Calabria più che altrove, per oltre mezzo secolo, si è instaurato fra gli elettori e gli eletti.
Diritti scambiati per piaceri, informazioni accessibili a tutti per segreti, segnalazioni per prassi consolidata. Ovvero tutto il repertorio della cosiddetta (consentitemi il ricorso al vernacolo che spiega meglio di ogni altra cosa) ‘mmasciata.

Alla politica e ai rappresentati politici che siedono in Parlamento spetta, secondo me, l’arduo compito della visione di un orizzonte migliore per la propria comunità, conducendo battaglie per il territorio e per quegli ideali la cui ricaduta interessi la collettività e non il singolo, il guadagno di tutti e non di uno. Perché altrimenti rimarremo sempre quello che siamo: gli ultimi degli ultimi. Senza possibilità di remissione alcuna.
Nell’era dei social e della condivisione ho pensato fosse giusto rendervi partecipi anche di questo, di come cioè la penso ed intendo agire.
Coraggio calabresi, un’altra strada è possibile.

Impresa

Rigenerazione urbana come nuovo obiettivo politico. La best practice…

Durante gli ultimi anni, in Italia, la questione dei siti industriali dismessi e di una loro relativa riqualificazione e restituzione alla collettività ha guadagnato una sua dimensione, ancora residuale ma crescente, nel dibattito nazionale riguardante la rigenerazione urbana.

Con la grave situazione di crisi internazionale che ha funestato i mercati, le aree industriali a rischio chiusura e di dismissione produttiva sono notevolmente aumentate interessando ormai tutto il territorio con situazioni di maggiore criticità nelle aree del sud d’Italia dove la mancanza di strategie, di visione d’insieme e immobilismo politico hanno incancrenito il panorama già difficile.

Ragioni di opportunità pratica, sia sul versante economico che su quello urbanistico, di salvaguardia ambientale e soprattutto di tutela della salute, gli indirizzi dell’Unione europea che incentiva e ambisce ad un consumo del suolo pari a “zero” concorrono verso questo nuovo -o quasi, almeno per noi- caposaldo della programmazione politica del Bel Paese.

Lungo la penisola non sono tantissimi gli esempi (ne avevamo già accennato qui) di luoghi che un tempo rappresentavano filiere della produzione industriale e oggi sono stati riconvertiti a nuova vita. Eppure esistono delle best practice che meritano di essere conosciute e considerate un’ispirazione. Una di queste è  l’Environment Park di Torino, il Parco dell’ambiente e della tecnologia sorto sul bacino idrografico del fiume Dora fortemente snaturato dalla presenza industriale.

Ci troviamo in un contesto in cui, sotto la Mole, le problematiche del tessuto urbano e sociale hanno reso necessaria la riqualificazione dell’area. Il sito è stato sede delle Ferrovie Vendel, poi passate alla Fiat nel 1927, ed è dotato di una fitta rete di canali che, addirittura dall’anno mille, hanno alimentato i mulini di produzione in un sistema idrico ben strutturato. L’attività industriale termina nel 1986 ma solo nel 1996 cominciano i lavori di riqualificazione ambientale, grazie ad una variante del Piano regolatore generale regionale che, attraverso il processo di riqualificazione urbana chiamato Spina 3, destina 2 milioni di metri quadri al verde pubblico. La procedura di realizzazione ha visto l’emanazione di un bando di gara per concorso di idee.

Il progetto scelto è stato quello che intendeva realizzare un parco di ricerca ed innovazione tecnologica ed industriale capace di recuperare l’identità industriale dei luoghi ed, anzi, enfatizzandola e sostituendo a siti dismessi nuove funzionalità a servizio delle industrie e della ricerca scientifica con l’applicazione diretta delle nuove tecnologie sperimentate. Il tutto introducendo l’innovazione ed i principi base della “green architecture”. Il progetto del parco prevede dunque l’utilizzo di prodotti ecosostenibili ed ecocompatibili, con soluzioni progettuali e tecniche di architettura sostenibile come tetti e facciate verdi e facciate naturali, la fitodepurazione, la riduzione dell’impatto ambientale degli interventi.

La presenza dell’area industriale preesistente aveva infatti lasciato tracce evidenti e dolorose sul territorio. L’inquinamento da scarichi industriali delle acque del fiume e dei canali, l’occlusione di tratti del fiume, la saturazione dei terreni con metalli pesanti che hanno toccato anche le acque di falda, la cementificazione e la modifica del corso del fiume e dei canali, la presenza di fanghi tossici.

Il percorso di rigenerazione urbana messo in atto ha generato una serie di step che hanno visto al centro le operazioni di riqualificazione ambientale per ovvie necessità di bonifica dei terreni e delle acque dalle scorie industriale e si è sviluppato garantendo finanche attività come la mobilità lenta con percorrenza pedonale e ciclabile o la riduzione della dispersione energetica oltre tutta l’offerta di cui sopra.

Il connubio tra innovazione tecnologica, riqualificazione ambientale e sviluppo economico hanno così prodotto, come si diceva prima, una best practice che ha reso un sito industriale in dismissione un polo tecnologico industriale avanzato che riesce a legare tutte le parti dalla filiera produttiva, dalla ricerca universitaria, all’innovazione tecnologica industriale fino all’utente finale che ne usufruisce nel polo congressi e l’attività fieristica nonché nell’edilizia riqualificata e di nuova costruzione.

Chapeau.

© Foto: Environment Park

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Siti industriali dismessi? Un’occasione (di sviluppo) da non perdere.

Li osserviamo lungo le strade, periferiche, delle nostre città. Grigi e cadenti, ingombranti. Ci appaiono come dei relitti restituitici dalle sacche del tempo, minacciosi per la nostra salute e per l’ambiente circostante. Sono i siti industriali dismessi. Che si, nella maggior parte dei casi, posseggono questi nefasti segni distintivi, eppure insieme ad essi portano in dote potenzialità ed occasioni importanti. Perché possono tornare ad essere beni comuni, produrre economie e riqualificare le zone che li ospitano.

Il mio interesse sul tema, nasce dalla mia esperienza lavorativa. E’ dal 2012, infatti, che per lavoro mi occupo di beni comuni e di proposte per valorizzare spazi abbandonati pubblici e privati.

Ho incontrato resistenze e idee geniali, visto progetti e toccato con mano sogni e qualche delusione ma sono fermamente convinta che ogni volta valga la pena sottrarre all’oblio ogni singolo metro per riportarlo a nuova vita.

La dismissione dei siti industriali rappresenta la risultante dei mutamenti che hanno riguardato, e riguardano ancora, la riorganizzazione della stessa produzione industriale degli ultimi quarant’anni. Particolarmente coinvolti, almeno inizialmente, alcuni specifici comparti come quello metallurgico, siderurgico e cantieristico. Ma non solo.

A lungo si è ritenuto che l’unica maniera per bonificare i siti fosse sradicare completamente la struttura cancellando così ogni segno di archeologia industriale. Fortunatamente, però, sempre più frequentemente, la casistica ha mutato orientamento. Così le bonifiche e la salvaguardia del patrimonio industriale sono riusciti a conciliarsi regalando una chance di sviluppo locale, perché le occasioni latenti, come si diceva, sono molte a fronte, indubbiamente, di criticità superabili.

Il recupero virtuoso di “topoi” abbandonati al loro destino rappresenta dunque una sfida da cogliere per rivitalizzare luoghi dimenticati, e inquinati, che invece possono trasformarsi in incubatori culturali, occupazionali, turistici. Insomma, sbocciare su nuovi orizzonti arricchendo e premiando il territorio che ha puntato su operazioni del genere.

Esempi da manuale sono quelli forniti da regioni europee manifesto di un concetto di industrializzazione superato che aveva lasciato in dote scheletri strutturali ingombranti. Parliamo della regione tedesca della Ruhr dove fonderie, miniere e acciaierie si sono trasformate in un parco multifunzionale che rappresenta la combinazione di patrimonio industriale e culturale fornendo 10.000 nuovi posti di lavoro, recuperato 1.000 monumenti industriali, fatto nascere 120 teatri.

Oppure potremmo considerare quanto realizzato a Manchester, città industriale per eccellenza della Gran Bretagna, dove, nella zona dei canali dove venivano trasportate le merci prodotte è sorto un campus universitario dove vivono 5.500 studenti, un importante sala concerti e numerosi musei.

In Italia, la pratica ha avuto fortune alterne. Abbiamo una casistica ridotta. A Torino teatri, videoteche, spazi comuni hanno riempito il vuoto lasciato da fabbriche di tram, distillerie  e stabilimenti. Gli edifici Pirelli a Milano, oggi ospitano l’Università Bicocca e il Teatro Arcimboldi. Musei sono nati nelle ex miniere di zolfo di Perticara Nuovafeltria in provincia di Rimini. Senza dimenticare il caso dell’ex zuccherificio di Cesena, affidato alla Cassa di Risparmio di Perugia che, dopo la bonifica, ha destinato 20mila mq ad infrastrutture universitarie, 27mila mq a complessi residenziali, 10mila mq ad esercizi commerciali e 24mila mq a servizi pubblici e privati.

Certo, non mancano le problematiche. Non sempre, infatti, le risorse sono bastevoli per ogni tipo di intervento che le amministrazioni locali, incapaci il più delle volte di sostenerne i costi, richiedono agli enti gerarchicamente superiori. Giungono tuttavia in ausilio importanti strumenti economici forniti dall’Unione europea.

L’Europa punta, entro il 2050, a ridurre a zero il consumo di nuovo suolo, dunque il recupero di siti industriali dismessi è agevolato e, anzi, incentivato. Inoltre, l’ultimo trend in materia, prevede addirittura il coinvolgimento di attori privati. In tal modo  l’impresa interessata ottiene agevolazioni fiscali e la concessione per il riutilizzo del luogo bonificato, le amministrazioni  riqualificano suolo pubblico senza depauperare i bilanci e il territorio viene salvaguardato da una possibile fonte di danni ambientali e costi sanitari, guadagnando in termini di rigenerazione urbana.

Secondo i dati Istat, risulta che il 3% dell’intero territorio italiano è occupato da aree industriali dismesse, quasi tutte con problemi di inquinamento con connessi rischi per la salute dei cittadini e per l’ambiente.

Ecco perché risulta prioritario darsi da fare per strappare questi enormi lembi di territorio che ci osservano come dei relitti da contesti urbani marginali per metterli al centro delle comunità e restituirli ai cittadini. Gli strumenti esistono, sta alla visione della classe dirigente e di quella politica utilizzarli nel modo più opportuno.

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Taglia privilegi

Il Movimento 5 stelle ha detto no, ancora una volta, agli sprechi della politica, quella con la “p” minuscola, contenendo la spesa pubblica.

A questo link (clicca qui) di seguito troverete, integrale, la Proposta di legge regionale di iniziativa popolare  “Taglia privilegi” firmata da me e da altri colleghi parlamentari del M5S e già depositata presso la sede del Consiglio regionale di Reggio Calabria, che vi invito a scaricare e leggere. L’obiettivo è quello di ridurre, attraverso tre direttrici, i costi del Consiglio regionale. Ovvero diminuendo del 40% gli emolumenti dei consiglieri e della giunta, nonché dei costi dei gruppi consiliari. E poi, prevedere l’introduzione di un contributo di solidarietà temporaneo relativo ai vitalizi degli ex consiglieri regionali.
A questo link (clicca qui), invece, troverete anche un vademecum per capire come organizzare la raccolta firme rispettando la relativa procedura. Ne servono 5000 entro sei mesi dalla data di deposito della Proposta di legge, ovvero dallo scorso 14 maggio.

Dimostriamo che vogliamo cambiare le cose, andiamo a firmare.

News

Un’altra Calabria (digitale) è possibile

Quando lo si era detto in campagna elettorale, gli sguardi delle persone non erano del tutto convinti. Degli addetti ai lavori neanche a parlarne. Lo scetticismo, per usare un eufemismo, pareva avvolgerci su alcune tematiche.

Eppure, nella vita lavorativa di tutti i giorni, i segnali non avevamo neanche dovuto interpretarli, erano chiari ed inequivocabili. Nella regione dei dati economici stagnanti, della disoccupazione endemica e dell’emigrazione costante, l’unico settore a disoccupazione zero -o quasi-  era quello dell’innovazione digitale. Ora che non siamo più in campagna elettorale ed alcuni dati vengono raccolti e analizzati da enti istituzionali, possiamo affermare, senza timore di smentita, che (almeno un po’!) ve l’avevamo detto.

Perché in una regione spesso e volentieri isolata da infrastrutture carenti e particolare miopia nelle scelte strategiche di sviluppo l’unico modo per abbattere le distanze è quello di affidarsi alla rivoluzione digitale che premia direttamente le competenze e le aiuta ad emergere.

Una panoramica interessante è offerta, dunque, dall’osservatorio di Movimprese che fornisce periodicamente l’analisi statistica dello stato di salute delle imprese condotta da InfoCamere, per conto dell’Unioncamere, sugli archivi di tutte le Camere di Commercio italiane.

I dati riguardanti la Calabria che meritano evidenza –riportati dal “Corriere di Calabria”- sono quantomeno incoraggianti. In sostanza le imprese 4.0 crescono, in punti percentuale, più che nel resto del Paese e, addirittura, confrontandole con quelle tradizionali, forniscono più posti di lavoro.

Dal 2012 al 31 dicembre 2017, abbiamo infatti avuto una crescita delle aziende digitali calabresi che si attesta intorno al 16,9% superando di un 2,5% la media nazionale. Cosenza e la sua provincia fanno da apripista (più 169 attività), seguono il reggino (più 107), il catanzarese (più 70), il crotonese (più 56). Solo a Vibo Valentia si è verificata una leggerissima flessione: 6 in meno.

Ma andiamo avanti. Gli addetti medi per impresa, in Italia, constano di un dipendente in più operante nel campo digitale rispetto agli altri campi. In Calabria non si arriva a tanto però si registra comunque un segnale positivo del +0,2 % che testimonia lo stato di salute generale del settore.

E poi, fra i tanti spunti, c’è anche una statistica che concerne il trend generazionale. Vale a dire che la componente più giovane degli imprenditori mostra maggiore attivismo che nel resto della penisola. Se nel resto del Paese, infatti, il 12,8 per cento dei titolari di aziende che operano via web sono under 35, in Calabria la percentuale migliora decisamente giungendo al 16,3 per cento.

Tuttavia, fra nuovi lavori e nuovi saperi, dicono gli osservatori (e un po’ anche noi, più volte, da queste stesse pagine) mancano le figure che abbiano le competenze necessarie per far fronte al mercato occupazionale in continuo divenire.

Allora, l’unico mantra pensabile non può che essere “formazione, formazione, formazione”. E informazione anche, perché un’altra Calabria (digitale) è possibile.

Innovatori

Quando gli innovatori eravamo noi

Gli ultimi dati di Confindustria, più che un report, sembrano un grido d’allarme. Che gronda l’impreparazione del Bel Paese rispetto a molte sfide imposte dai tempi. Sono stati presi in esame cinque settori nevralgici del tessuto produttivo italiano come meccanica, agroalimentare, chimica, moda e ITC. E la novità è che con i tassi di disoccupazione che rimangono altissimi, mancano figure altamente specializzate capaci di cimentarsi con le competenze dell’Industria 4.0. Read more “Quando gli innovatori eravamo noi”