Strage di Trebaseleghe, un altro caso di femminicidio (traslato)

Un altro femminicidio, traslato, ci dilania il cuore. Quella di Alessandro Pontin, ex parquettista di Trebaseleghe, vicino Venezia

Un altro femminicidio, traslato, ci dilania il cuore. Quella di Alessandro Pontin, ex parquettista poi dedicatosi alle discipline olistiche per sbarcare il lunario, di Trebaseleghe, piccolo centro tra le province di Padova e Venezia, che ha ucciso i suoi figli Francesca e Pietro, 15 anni lei, 13 lui, accoltellandoli alla giugulare, per poi suicidarsi con lo stesso coltello.

Parlo di femminicidio non a caso. Perché questo orrendo delitto non è altro che un femminicidio traslato: era la ex moglie, Roberta Calzarotto, infermiera all’ospedale di Camposampiero, con la quale Pontin era in contrasto relativamente alla cifra per gli alimenti da destinare ai figli, l’obiettivo principale dei suoi sentimenti di morte. Cosa c’è di peggio che uccidere i figli ad una madre per procurarle il dolore più grande e lancinante possibile? Non sono una criminologa forense né una psicologa, ma in questo dramma ci rivedo la storia di Medea, che uccide i propri figli per ferire Giasone, che un tempo ella amava e che era, invece, diventato l’oggetto di un odio incontenibile, al punto di essere pronti a sacrificarli per avere vendetta.

I classici, in effetti, hanno colto dei lati perenni e oscuri dell’animo umano, come è proprio nella dicotomia “odi et amo”, giacché tutti i femminicidi a cui assistiamo partono da uomini che affermavano di amare la propria vittima ma, incapaci di accettare una separazione, si spingono in un baratro infernale. Eros e thanatos, direbbe Freud, ecco che l’amore (che dà la vita) verso l’amata o i figli diventa pulsione di morte.

Questo di Trebaseleghe, inoltre, è femminicidio, perché è stato accompagnato da reati spia: segni premonitori, atteggiamenti morbosi e violenti che si erano già manifestati, come denunciato dal padre di Roberta.

Il governo Conte ha approvato il “Codice rosso”, la strada preferenziale che si accorda a questo tipo di reati, proprio per mettere in sicurezza le potenziali vittime di questi reati considerati “minori” che, invece, possono condurre all’orrore. È ovvio, allora, che ci siamo mossi bene in tal senso ma occorre rafforzare il meccanismo per anticipare i raptus omicidi.

Il mondo della famiglia e degli affetti, purtroppo, rappresenta un contesto molto pericoloso, quando si manifestano intemperanze del genere.

Nei primi dieci mesi del 2020, secondo il VII Rapporto Eures sul femminicidio in Italia, le donne vittime di femminicidio sono state 91, una ogni tre giorni. L’incidenza del contesto familiare nei femminicidi raggiunge nel 2020 il valore record dell’89%, superando il già elevatissimo 85,8% registrato nel 2019. All’interno del contesto familiare, i femminicidi consumati all’interno della coppia salgono al 69,1% (erano il 65,8% l’anno passato).

Per questo, ogni reato spia (minacce, percosse, ecc.) deve condurre ad una immediata messa in sicurezza della potenziale vittima. La strada è tracciata. Ma va completata.

E intendo dare il mio contributo come parlamentare e sottosegretaria ma, soprattutto, come donna.