In Italia è troppo “rock and roll” mentre ad Harvard è ricercatrice. La grecista di origini calabresi troppo “bionda” per superare i pregiudizi

Ora, Milena Anfosso, grecista italiana di talento, lavora in una realtà accademica di assoluto prestigio internazionale come Harvard, negli Stati Uniti.

La sua grande passione, per come afferma lei stessa nelle interviste apparse sui giornali qualche tempo addietro, è lo studio di una lingua antica in cui non servono soltanto conoscenze grammaticali e tassonomiche, quanto intuizione e ampiezza di vedute.

Un amore coltivato fin dalle mura domestiche grazie alla varietà di idiomi che circolavano in famiglia: dal francese madrelingua della mamma al “calabrese” della nonna, lingua vernacolare che come saprete ha forti legami con la Grecia non fosse altro che per le vicende storiche e la presenza di una minoranza linguistica grecofona ultrasecolare.

Un bel balzo in avanti per questa ex studentessa della provincia di Asti che al suo primo esame universitario era stata valutata, come lei stessa racconta, in maniera forse un po’ troppo frettolosa, per una questione marginale: il colore dei capelli, troppo bionda.

Insomma, bollata per l’aspetto esteriore.

Nel suo racconto, infatti, oltre all’aneddoto della prova d’esame, si parla di un clima di pregiudizio e luoghi comuni, di un copione che si ripete troppo spesso quando si tratta di donne, magari giovani, magari fuori dai canoni, magari di bella presenza.

Un’atmosfera, per di più, che la ricercatrice Milena Anfosso, ellenista specializzata nei rapporti sociolinguistici tra antichi greci e popolazioni anatoliche, dice di aver sentito allentarsi proprio quando ha terminato i suoi studi passando da Torino alla Sorbona di Parigi. Ed ora nel centro di studi ellenistici più importante del mondo: Harvard.

Una storia come tante direte voi, ci mancherebbe, però il sentimento che mi ha colto nel leggere la vicenda è di desolazione. Non lo nascondo.

Per due ragioni innanzitutto: il pregiudizio in sé aggravato dalla questione di genere ed il fatto che sia radicato così spesso nelle dinamiche sociali del nostro Paese.

Certo, stiamo discutendo di una studiosa che con l’impegno, le capacità ed il suo spirito “rock and roll” – si autodefinisce così – ce l’ha fatta e che adesso si sta cimentando con invidiabili sfide professionali.

Il pensiero, però, corre veloce a chi non è riuscito a rompere l’argine, a chi non ce l’ha fatta. A chi ha infranto i propri sogni e le proprie aspettative al cospetto dei muri di gomma che alimentano e proteggono gli “inner circle” nostrani, le cerchie ristrette.

Che selezionano chi può accedere e chi no ai posti giusti non tramite l’unico metro coerente – il merito – quanto attraverso filtri dettati dal preconcetto, dall’appartenenza, dalla provenienza.

A questo punto mi chiedo, vi chiedo, se possiamo ancora permetterci di sottostimare o perdere queste intelligenze, se vogliamo che le persone vengano discriminate per questioni pregiudiziali come quelle di genere oppure riguardanti l’aspetto, o tutte e due insieme.

E vi giuro che non è una domanda retorica.