Il caso della bimba morta per una sfida sui social impone riflessioni

La storia della piccola Antonella Sicomero, la bimba di Palermo di 10 anni morta per auto soffocamento, forse a seguito dell’emulazione di un video su TikTok, mi ha davvero colpito.

Gli inquirenti scopriranno se sui social sia girata o meno una “challenge” estrema, la cui finalità era istigare i minori al suicidio. Ma il dato che dobbiamo discutere è un altro. Il rapporto della nostra società con i social media. È indubbio che il web abbia rappresentato una grandissima rivoluzione, abbia aperto nuovi orizzonti di conoscenza e nuove opportunità. Ma come per qualsiasi mezzo di comunicazione, spetta a noi fare sì che sia al servizio del bene e, soprattutto, proteggere i più giovani dai contenuti pericolosi. La grande potenzialità dei social media deve essere quindi indirizzata per essere sicuri che gli effetti che essi determinano sulla società siano positivi e non conducano a storie dell’orrore come quella della povera Antonella. Io dico no al dirigismo, ma no anche al laissez faire.

Esiste poi una responsabilità della società. Quanti genitori “parcheggiano” o sono costretti a “parcheggiare” i figli davanti a un PC o a uno smartphone?

Ma non si possono colpevolizzare madri e padri se è difficile conciliare tempi di vita e di lavoro. Spetta allo Stato farsi carico di un tema collettivo affinché le donne non debbano più rinunciare al lavoro per una maternità e affinché gli uomini possano esercitare la loro paternità in modo paritetico, offrendo il loro contributo alla crescita dei bimbi. Questo governo sta facendo tanto in questa direzione. Penso all’assegno unico per i figli che abbiamo appena licenziato. Ma è ovvio che si possa e si debba fare di più. Non sono una sostenitrice delle censure sui social e quello a cui abbiamo recentemente assistito, mi lascia perplessa. Non sono i tycoon che posseggono i social media coloro che devono decidere la legittimità di alcune opinioni che circolano sul web. Vero è che, se i contenuti rappresentano un reato, i provider possano e debbano intervenire.

Anche in questo caso, spetta a noi legislatori fissare la cornice giuridica. No a reati di opinione, sì a reati quando esiste un chiaro incitamento a commettere atti criminosi.

Interveniamo ora e non lasciamo che la povera Antonella se ne sia andata invano.

 

(photocredit: Andrea Piacquadio)