La cantante folk calabrese e le ballate di malavita. Forse non tutte le tradizioni meritano di essere tramandate

Quella di Teresa Merante, cantante folk calabrese i cui testi raccontano frammenti di malavita augurando persino “buon anno” a boss e latitanti è una vicenda balzata agni onori della cronaca divenendo un caso: in un video partecipa persino il sindaco di un paesino del vibonese, Nicotera.

I titoli di alcuni brani sono tutto un programma ma a dire il vero, la diretta interessata, si è già difesa affermando che il canto di malavita fa parte della tradizione popolare calabrese.

Di principio, l’arte, e la musica lo è eccome, non deve subire censure, è vero, ci siamo. Però, è anche vero che l’arte si connota per la peculiarità di trasmettere emozioni: eppure l’unica che personalmente avverto – e credo di non essere l’unica – è quella di un certo disagio rispetto ai testi ed alle tematiche affrontate in diversi brani della Merante.

Di certo, non è la prima (e non sarà l’ultima) a scegliere questi soggetti per i propri brani. Basti pensare al fenomeno tutto italiano di alcuni neomelodici che affrontano le questioni della mafia con una certa indulgenza oppure al sottogenere statunitense del rap, il gangsta rap, che affronta tematiche similari, con connotazioni e coordinate territoriali differenti avendo, fra l’altro, un gran successo.

Tuttavia, credo che le parole posseggano un proprio peso specifico e che i messaggi che si veicolano, soprattutto ora, poiché viviamo in una società mainstream ove il classico sasso gettato nello stagno provoca un effetto onda potenzialmente non tracciabile, lo sono ancora di più.

Le parole – come dico sempre nella mia personale battaglia contro l’hate speech in politica- sono importanti, facciamone buon uso.

Insomma, poi non lamentiamoci, non troppo almeno, se i cliché su un certo sud rimangono invariati e la narrazione positiva dei nostri territori – una questione rispetto alla quale mi spendo da anni, da prima cioè del mio impegno in politica – stenti ad affermarsi trovando ostacoli non solo effettivi (la piaga della ‘ndrangheta ad esempio, è drammaticamente tangibile) quanto culturali: sia di provenienza esogena (come alcuni intellettuali che ultimamente prendono degli scivoloni) che, soprattutto, di provenienza endogena, dei calabresi stessi.

Ecco, forse, una chiave di lettura equilibrata potrebbe essere quella del buon gusto e dell’opportunità. Anche in musica, perché no, oltre al sacro fuoco delle note ci si potrebbe mettere un pizzico di ragionevolezza.

Magari un’autrice di musica folk – genere appassionato e apprezzabilissimo che affonda la propria ispirazione nelle radici popolari di un territorio – potrebbe scegliere con maggiore cura i testi da scrivere o da interpretare, quantomeno per evitare fraintendimenti (a meno che l’obiettivo non sia proprio quello di provocare o guadagnare réclame spicciola): non sempre, infatti, la colpa è di chi ascolta.

E se è vero che le ballate di malavita fanno parte di una certa tradizione popolare mica è detto che tutte le tradizioni meritino di essere tramandate.