Innovazione digitale e donne, questo matrimonio s’ha da fare

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Dotate di quelle soft skill richieste nei ruoli tecnico-scientifici, necessarie per fornire un valore aggiunto alla produttività aziendale, eppure la presenza delle donne è rarefatta nelle nuove professioni create dall’economia digitale.

Non basta essere in possesso di “apertura al cambiamento”, “problem solving”, “pensiero laterale” oppure essere “multitasking” e “flessibili”. No, niente. Perché nei team lavorativi dedicati all’innovazione il rapporto fra risorse maschili e femminili è totalmente schiacciato sull’altra metà del cielo, quello azzurro s’intende, con una media di 9 uomini e 2 donne. La ricerca, condotta da NetConsuilting cube per CA Technologies e Fondazione Sodalitas, realizzata per indagare il divario di genere nelle professioni STEM (ovvero il campo scientifico, tecnologico, ingegneristico e matematico) nelle aziende italiane, parla chiaro: analizzando la presenza delle donne all’interno dei profili digitali delle aziende, si incontra un divario marcato nella stragrande maggioranza delle nuove figure professionali. Anzi, in alcuni casi, le donne sono totalmente assenti come ad esempio nei ruoli di Data Protection Officer, Mobile Application Developer ed Esperti di Iot. L’indagine ha coinvolto 110 responsabili delle risorse umane e direttori sistemi informativi (CIO) di aziende, appartenenti ai settori dell’industria e dei servizi ma anche della Pubblica amministrazione.

Considerato anche il punto di vista degli studenti con 210 ragazzi frequentanti scuole superiori di Roma e Milano tra i 14 ed i 18 anni. E già in età scolastica si ravvisano le prime avvisaglie di quello che sarà il percorso lavorativo. Solo il 30% delle ragazze risponde di sentirsi dotata di capacità di calcolo a fronte del 50% maschile. Stessa, identica, percentuale rispetto l’orientamento verso un percorso di studi universitari in discipline tecnico-scientifiche contro il 53% dei ragazzi. Inoltre, anche in questo stesso ambito, la maggioranza delle studentesse è indirizzata su facoltà come Medicina (88%) e Chimica (58%) mentre scarso appeal risultano avere Ingegneria (39%), Informatica (36%), Matematica (33%) e Fisica (30%). Stereotipi rafforzati dall’influenza delle famiglie nella scelta del percorso di studi: il 23% delle ragazze dice di essere indirizzata verso studi a carattere umanistico e solo il 12% verso studi del comparto STEM. Pure nella scelta del settore per una possibile futura collocazione, solo il 35% delle ragazze prende in considerazione tale comparto. I ragazzi, invece, si ci vedono eccome:  il 66%, infatti, immagina un’occupazione nel mondo della tecnologia. Sebbene, in tutto ciò, le aziende, riconoscano il valore della presenza delle donne negli ambiti tecnico-scientifici. Difatti, l’84% dei responsabili delle risorse umane dichiara che una maggiore presenza femminile in questi ruoli avrebbe degli impatti positivi sulla crescita del business aziendale e per il 67%, l’impatto, sarebbe comunque significativo. Soluzioni, ricette? Una ed una soltanto, culturale.

E’ necessario, denuncia la ricerca –ma è una posizione che vado sostenendo da tempi non sospetti intervistata da Nicola Palmarini nel suo interessantissimo “Le infiltrate. Ragazze e tecnologia, stereotipi e opportunità”, edizioni Egea 2016- sensibilizzare le ragazze allo studio delle discipline STEM già dalle scuole superiori, alimentando la consapevolezza delle opportunità lavorative nelle nuove professioni digitali e del ruolo fondamentale che le donne possono ricoprire nel panorama dell’innovazione. Solo allora si potrà porre termine al cosiddetto “gender gap” digitale.

Finalmente.