Quando gli innovatori eravamo noi

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Gli ultimi dati di Confindustria, più che un report, sembrano un grido d’allarme. Che gronda l’impreparazione del Bel Paese rispetto a molte sfide imposte dai tempi. Sono stati presi in esame cinque settori nevralgici del tessuto produttivo italiano come meccanica, agroalimentare, chimica, moda e ITC. E la novità è che con i tassi di disoccupazione che rimangono altissimi, mancano figure altamente specializzate capaci di cimentarsi con le competenze dell’Industria 4.0.

E i dati sono approssimativi, perché il quadro è riferito soltanto ai prossimi cinque anni e non tiene conto di tutto il mercato produttivo ma soltanto di una parte di esso.
In sostanza si rischia una sorta di black out fra domanda e offerta, ma soprattutto una contraddizione in termini fra gli sforzi delle imprese che tentano di rimanere competitive e la mancanza di forza lavoro adeguatamente preparata. Perché, altro dato degli ultimi mesi, ingenti sono gli investimenti delle aziende che molto hanno speso per rinnovare gli impianti e adeguarsi così alla rivoluzione digitale mentre probabile, di contro, è l’evenienza di non trovare lavoratori in grado di farli funzionare.
Servono tecnici che abbiano curiosità, cultura digitale, flessibilità nell’apprendere ogni 3-5 anni cambiamenti nelle modalità di produzione. Merce rara a quanto pare.
Insomma, mutano gli scenari dell’economia globale, cambiano le professioni e l’Italia traccheggia nel comprendere che direzione dare alla propria idea di sviluppo.
Ben chiare ha le idee il vicepresidente di Confindustria, delegato al capitale umano, Giovanni Brugnoli, che alla stampa ha dichiarato come l’unica ricetta possibile per invertire il trend è quello di “lavorare molto sull’orientamento scolastico dei ragazzi e delle loro famiglie”.
Chiarissime, le idee, giusto per avere contezza di quanto accade intorno a noi, ce l’hanno invece in India. Dove, da parecchio aggiungeremmo, hanno capito il verso intrapreso dell’economia. Soltanto l’anno scorso, sottolineano gli esperti di geopolitica, sono stati investiti qualcosa come 3,5 miliardi di dollari in start up tecnologiche. A cui si devono aggiungere passi da gigante nell’Internet delle cose (IoT), l’intelligenza artificiale, la robotizzazione. Investimenti che hanno portato anche ad acquisire, da parte di Tech Mahindra, un’azienda come Pininfarina. Si parla, quindi, addirittura, di un’India 5.0.
Eppure c’è stato un’epoca in cui gli innovatori eravamo noi.

Non ricordi consumati dall’oblio, ma vicende dell’altro ieri storico. Ed il pensiero non può che rivolgersi ad Adriano Olivetti, l’uomo che ha inventato il sistema di impresa internazionale moderna.
Radicata alle dinamiche locali ma proiettato verso i mercati globali, la Olivetti vedeva realizzato un perfetto connubio fra competenze tecnologiche e umanistiche. Il vezzo e l’intelligenza di pretendere il bello dagli oggetti prodotti, l’attenzione per quello che oggi chiameremo il brand. Fare impresa regolati da principi etici, pensando ad investire davvero nel capitale umano, nei giovani. Una vera e propria idea d’impresa dove chiunque poteva ambire a progredire professionalmente e fare carriera, poteva formarsi continuamente e sentirsi parte di un uno. Ricerca, genialità produttiva applicata alla tecnologia molto prima che Steve Jobs venisse al mondo. Condizioni di lavoro ottimali per i propri dipendenti, diritti, ed occasioni per i loro figli. Dagli asili alle vacanze in colonia, dalle case per i dipendenti alle emeroteche. Una vision ancora inarrivata e studiata a livello mondiale, oggetto di monografie firmate dagli studiosi del settore. Con il complesso storico di Ivrea candidato a divenire patrimonio Unesco. Soltanto miopia istituzionale e congiure di competitor sponsorizzati dai poteri forti hanno progressivamente ridotto nel corso degli anni la storia unica della Olivetti all’attuale rilevanza marginale in seno a Telecom.
Ma l’anniversario dei 110 anni dalla nascita della gloriosa azienda dovrebbe risvegliare il nostro orgoglio, fungere da ispirazione e farci pensare magari ad un rilancio della stessa come simbolo della rinascita italiana nel campo dell’innovazione.