Le nuove professioni digitali ci attendono. Investiamo in formazione

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Big data analyst o content creator per social network? O, meglio ancora,  responsabile della gestione e dell’organizzazione della vita digitale? Il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, dei nuovi mestieri digitali, nella convegnistica ufficiale, ne hanno parlato, ultimamente, con una certa preoccupazione. Gli esperti dicono che il cambiamento sarà repentino ed epocale, più accelerato rispetto a quanto accaduto dal 2000 ad oggi e c’è già chi, negli Stati Uniti d’America, è pronto a tarare le prossime tornate elettorali sull’argomento.

Insomma, il futuro dell’uomo, o meglio, del ruolo dell’uomo nei processi produttivi è più attuale che mai. Roba che -dicono i bene informati- entrerà ben presto in agenda nei summit del G7 o del G20, quando i grandi della terra si interrogheranno sulle nuove professioni digitali e sull’impatto delle nuove tecnologie sulle prospettive occupazionali perché i bambini di oggi, domani, faranno un lavoro che, probabilmente, adesso non esiste.

Quando si parla del futuro, però, non si aggiunge che il futuro ci attende proprio dietro l’angolo. Un domani prossimo venturo che, quasi quasi, è già oggi con un orizzonte temporale che porta non più distanti del 2030. Eppure, il dibattito sul tema, gli investimenti e le soluzioni, in particolar modo alle nostre latitudini, non hanno ancora conquistato centralità nelle questioni che appassionano l’opinione pubblica. In Italia, ad esempio, il 30% dei cittadini non ha competenze digitali, mentre nelle scuole c’è un personal computer ogni 8 alunni. In ricerca e sviluppo è investito l’1,3% del Pil nazionale. Un dato assolutamente inferiore alla media europea che invece impegna il 2,0% relegando il Bel Paese al terzultimo posto su scala continentale. Insomma, non molto di cui andare fieri. Indubbiamente, la discussione è aperta e le criticità sono anch’esse dietro l’angolo visto che, le previsioni, preconizzano che molte saranno le occupazioni sostituite dall’automazione.

Secondo il Forum economico mondiale, già nel 2020 saranno più di 7 milioni i posti, in particolar modo ruoli amministrativi, che verranno meno con un sincronico aumento di 2 milioni di lavori connessi ai settori delle nuove tecnologie, della matematica e dell’ingegneria. Non abbastanza certo, ma, essendo il trend intuito con un minimo di preavviso, l’unica alternativa per non rimanere fuori dal mercato del lavoro è quella di formarsi e aggiornarsi studiando adesso le nuove professioni incombenti.

E’ una sfida, difficile, con dei rischi ovviamente ma con nuove opportunità che, tuttavia, non deve oscurare un concetto cardine: l’automazione non potrà mai sostituire tout court l’uomo e le sue capacità di gestione delle macchine e la quarta rivoluzione industriale, comunemente chiamata Industria 4.0, ne incarna l’esempio calzante. Ad ogni modo, non tutte le competenze di area tradizionale ed “umanistica” verranno messe in soffitta. In quanto, combinare competenze umanistico-artistiche a quelle scientifiche e tecnologiche, testimonia il campione di Responsabili di risorse umane e Sistemi informativi intervistati da NetConsulting cube, non può che aiutare ad accrescere l’innovazione. Così, in futuro, si tenderà ad affiancare profili tecnici con competenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) con profili umanistici: nell’ambito della cyber security, dei big data, del cloud computing serviranno laureati in sociologia, filosofia, antropologia, psicologia ed altri ancora. A dirla tutta, anche adesso, questo mix ideale di competenze professionali servirebbe, ma è difficile trovarli per via dei retaggi dei nostri modelli educativi e scolastici che solitamente indirizzano verso l’una o l’altra specializzazione dei discenti.

Non resta allora che adeguare l’offerta formativa (di tutte le età!) ai tempi che, letteralmente, corrono.