Siti industriali dismessi? Un’occasione (di sviluppo) da non perdere.

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Li osserviamo lungo le strade, periferiche, delle nostre città. Grigi e cadenti, ingombranti. Ci appaiono come dei relitti restituitici dalle sacche del tempo, minacciosi per la nostra salute e per l’ambiente circostante. Sono i siti industriali dismessi. Che si, nella maggior parte dei casi, posseggono questi nefasti segni distintivi, eppure insieme ad essi portano in dote potenzialità ed occasioni importanti. Perché possono tornare ad essere beni comuni, produrre economie e riqualificare le zone che li ospitano.

Il mio interesse sul tema, nasce dalla mia esperienza lavorativa. E’ dal 2012, infatti, che per lavoro mi occupo di beni comuni e di proposte per valorizzare spazi abbandonati pubblici e privati.

Ho incontrato resistenze e idee geniali, visto progetti e toccato con mano sogni e qualche delusione ma sono fermamente convinta che ogni volta valga la pena sottrarre all’oblio ogni singolo metro per riportarlo a nuova vita.

La dismissione dei siti industriali rappresenta la risultante dei mutamenti che hanno riguardato, e riguardano ancora, la riorganizzazione della stessa produzione industriale degli ultimi quarant’anni. Particolarmente coinvolti, almeno inizialmente, alcuni specifici comparti come quello metallurgico, siderurgico e cantieristico. Ma non solo.

A lungo si è ritenuto che l’unica maniera per bonificare i siti fosse sradicare completamente la struttura cancellando così ogni segno di archeologia industriale. Fortunatamente, però, sempre più frequentemente, la casistica ha mutato orientamento. Così le bonifiche e la salvaguardia del patrimonio industriale sono riusciti a conciliarsi regalando una chance di sviluppo locale, perché le occasioni latenti, come si diceva, sono molte a fronte, indubbiamente, di criticità superabili.

Il recupero virtuoso di “topoi” abbandonati al loro destino rappresenta dunque una sfida da cogliere per rivitalizzare luoghi dimenticati, e inquinati, che invece possono trasformarsi in incubatori culturali, occupazionali, turistici. Insomma, sbocciare su nuovi orizzonti arricchendo e premiando il territorio che ha puntato su operazioni del genere.

Esempi da manuale sono quelli forniti da regioni europee manifesto di un concetto di industrializzazione superato che aveva lasciato in dote scheletri strutturali ingombranti. Parliamo della regione tedesca della Ruhr dove fonderie, miniere e acciaierie si sono trasformate in un parco multifunzionale che rappresenta la combinazione di patrimonio industriale e culturale fornendo 10.000 nuovi posti di lavoro, recuperato 1.000 monumenti industriali, fatto nascere 120 teatri.

Oppure potremmo considerare quanto realizzato a Manchester, città industriale per eccellenza della Gran Bretagna, dove, nella zona dei canali dove venivano trasportate le merci prodotte è sorto un campus universitario dove vivono 5.500 studenti, un importante sala concerti e numerosi musei.

In Italia, la pratica ha avuto fortune alterne. Abbiamo una casistica ridotta. A Torino teatri, videoteche, spazi comuni hanno riempito il vuoto lasciato da fabbriche di tram, distillerie  e stabilimenti. Gli edifici Pirelli a Milano, oggi ospitano l’Università Bicocca e il Teatro Arcimboldi. Musei sono nati nelle ex miniere di zolfo di Perticara Nuovafeltria in provincia di Rimini. Senza dimenticare il caso dell’ex zuccherificio di Cesena, affidato alla Cassa di Risparmio di Perugia che, dopo la bonifica, ha destinato 20mila mq ad infrastrutture universitarie, 27mila mq a complessi residenziali, 10mila mq ad esercizi commerciali e 24mila mq a servizi pubblici e privati.

Certo, non mancano le problematiche. Non sempre, infatti, le risorse sono bastevoli per ogni tipo di intervento che le amministrazioni locali, incapaci il più delle volte di sostenerne i costi, richiedono agli enti gerarchicamente superiori. Giungono tuttavia in ausilio importanti strumenti economici forniti dall’Unione europea.

L’Europa punta, entro il 2050, a ridurre a zero il consumo di nuovo suolo, dunque il recupero di siti industriali dismessi è agevolato e, anzi, incentivato. Inoltre, l’ultimo trend in materia, prevede addirittura il coinvolgimento di attori privati. In tal modo  l’impresa interessata ottiene agevolazioni fiscali e la concessione per il riutilizzo del luogo bonificato, le amministrazioni  riqualificano suolo pubblico senza depauperare i bilanci e il territorio viene salvaguardato da una possibile fonte di danni ambientali e costi sanitari, guadagnando in termini di rigenerazione urbana.

Secondo i dati Istat, risulta che il 3% dell’intero territorio italiano è occupato da aree industriali dismesse, quasi tutte con problemi di inquinamento con connessi rischi per la salute dei cittadini e per l’ambiente.

Ecco perché risulta prioritario darsi da fare per strappare questi enormi lembi di territorio che ci osservano come dei relitti da contesti urbani marginali per metterli al centro delle comunità e restituirli ai cittadini. Gli strumenti esistono, sta alla visione della classe dirigente e di quella politica utilizzarli nel modo più opportuno.